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viaggi per viaggiatori

Il panno viola

feb 092018
di Giorgio Pagnini (staff ColorTravels)

La pista poco fuori Tata

La pista poco fuori Tata  

In Marocco un'estate scoprimmo il significato di ospitalità


Sera, calda, tutta la giornata è stata calda, è assolutamente normale che lo sia anche la sera.
Mi tolgo il casco in questo paesino dallo strano nome, Foum Zguid, Marocco, Africa.
Questa di oggi è stata la prima vera pista desertica. Eravamo partiti in mattinata da Tata, lungo una pista sterrata ondulata all'inizio, poi in parte pietrosa fino allo spettacolare scorcio dell'oasi di Tissint, dove avevamo lungamente osservato i ragazzini sguazzare nell'acqua del torrente. Anche noi ci eravamo rinfrescati e bagnati a pezzi, ma l'acqua con il suo colore verdastro, anche in questo caldo agosto, non era poi così invitante da convincerci a lasciarci andare ad un bel bagno ristoratore.
Passato il villaggio la pista si era poi fatta scorrevole allargandosi in un'ampia valle fino a arrivare al centro dell'abitato, in questa ampia strada con stretti portici ai lati ed uno sparti traffico in mezzo, con qualche cespuglio ad abbellirlo.

LA PEDANA SPEZZATA E L'ONORE
Ho un problema alla pedana della mia moto, si è spezzata entrando in una stretta buca, pochi chilometri prima di arrivare.
Massimo, il mio compagno di avventura, se la ride dietro i riccioloni biondi che gli contornano il viso.
Perché le sfortune capitano tutte alla mia moto?
Un viaggio in moto (ma in effetti con qualsiasi mezzo, a motore o no, a pensarci bene) con compagni che hanno marche o modelli diversi dalla tua, è come giocare ogni giorno un derby di calcio, dove in palio c'è il proprio onore. Ed il mio sanguina quasi sempre.
Per prima cosa quindi chiediamo indicazioni di dove sia un fabbro che, con l'abilità che contraddistingue gli artigiani di queste parti, provveda rapidamente a sistemare la mia moto, facendomi tirare un sospiro di sollievo.
La pedana è ora al suo posto e la riparazione non si vedrà neppure ed anche Massimo se ne dimenticherà smettendo di guardarmi con quell'aria a metà tra la commiserazione ed il "te lo avevo detto io che la tua moto è peggio della mia".
In effetti devo dire che tra i tanti compagni di viaggi africani che ho avuto lui è stato uno dei più teneri e fraterni.

Foum Zguid

Poco prima di arrivare a Foum Zguid

COMPAGNO DI VIAGGIO
Pista, questo il soprannome che gli avevo dato, ha circa dieci anni meno di me e l'ho conosciuto l'anno prima all'imbarco del traghetto per Tunisi dove con una moto da strada e la sua altrettanto tenera fidanzata attendeva la nave.
La sua moto, quella che usa ora per questo viaggio, si era rotta giusto un paio di giorni prima di partire, la centralina elettrica o qualcosa di simile, e lui se ne era fatto prestare un altra che, però, era da strada con tanto di carenatura e borse e quindi completamente inadatta a i tragitti sterrati e sabbiosi del sud tunisino, le famose "piste" che lui dichiarava ogni piè sospinto di volere percorrere.
Da qui il soprannome.

DISORIENTATI

Ci guardiamo intorno in cerca di qualche indicazione che ci faccia capire da che parte dirigerci per trovare un posto dove mangiare e dormire. Ma non vediamo nulla che attragga il nostro sguardo, solo poche persone prevalentemente preoccupate degli affari loro.
In una città europea sono i negozi che ti colpisco con le loro luci con il fatto che il centro sia pieno di gente, no qui no, i portici ci sono ma proteggono dal sole non dalla pioggia ed i negozi si chiamano botteghe perche offrono servizi più che vendere merci.
Comincia a calare la sera e la cittadina non si illumina come siamo abituati a vedere, niente insegne, solo flebili lampadine che si accendono lasciando molte zone di buio. Siamo disorientati ed anche un po' buffi con i nostri stivali e armamentari da motociclisti. Sono molto belli ed utili quando ci devi viaggiare ma a camminarci è tutta un'altra cosa.
La nostra stranezza ci fa notare ed alcuni ragazzi ci si avvicinano per conversare con noi.
Dove possiamo mangiare e dove trovare un albergo?
"Niente ristoranti ne alberghi qui ci rispondono".
Intorno a noi c'è un piccolo capannello, due e tre ragazzi della nostra età ed altri più piccoli che ci guardano intensamente, forse ammirati ma sicuramente incuriositi dal nostro abbigliamento e dalle moto. Ci chiedono da dove veniamo, ci fanno domande, scherzano con noi, raccontano di avere cugini, amici, che lavorano in Italia. È un chiacchiericcio piacevole ed io trovo modo di sfoggiare le poche parole di arabo che conosco, suscitando ilarità per la pronuncia, ma ammirazione per lo sforzo profuso nell'usare la loro lingua.

AHMED
Mentre mi esibisco in questa comunicazione si avvicina un uomo vestito in modo elegante con la sua Djellaba bianca immacolata.
Ha fermato la macchina accanto a noi è sceso ci ha ascoltati per un poco e poi si è presentato.
Ahmed è molto amareggiato di non poterci offrire ospitalità "... ma anche io qui sono ospite, abito da dei cugini e sono veramente dispiaciuto di non potere fare niente per voi."
Alzo lo guardo ed incrocio i suoi occhi.
Lavorando in Marocco ho re-imparato a guardare le persone negli occhi a capire chi ho davanti.
Ha un bel viso, un po' paffutello con gli immancabili baffi neri, ha buon profumo ed è rasato di fresco, evidentemente ha un invito a cena e magari è anche in ritardo, ma si è fermato a vedere di cosa avevamo bisogno, è davvero costernato.
Gli dico che va bene lo stesso, che non fa niente, vorrei anche aggiungere che non ha nessun tipo di obbligo verso di noi, in fondo non siamo due carovanieri in difficoltà, ma solo due turisti che passano di là per il loro piacere.
Sconsolato ci saluta e risale in macchina, mentre noi veniamo attratti dai gesti del padrone di un caffè dall'altro lato della strada. Informato della nostra situazione ci dice che se vogliamo può prepararci un'insalata con uova, tonno e un po' di pane. Non molto ma ce la faremo bastare. Poi se vorremo potremo accomodarci per la notte o sul tetto o in uno stanzino al primo piano. Gli pagheremo solo il mangiare.

Oasi di Tissint

L'Oasi di Tissint 


LA NOTTE POLVEROSA

Facciamo un rapido sopralluogo. Il tetto normalmente è un buon posto per dormire d'estate soprattutto in città, ma qui siamo in una piccola oasi a ridosso di un bel palmeto ed il gran caldo del giorno si sta diluendo.
Vediamo com'è la stanza che ci offrono.
La stanzetta è polverosa quasi quanto il tetto, ma almeno ci sono un paio di reti ed una seggiola. E poi, si sa, la sabbia vola e si posa dappertutto e siamo già da diversi giorni in viaggio per non farci più caso. Via, è deciso, ci sistemiamo qui per stanotte.
In effetti, le nostre cose sono impolverate ed in poco tempo la sabbia della stanza si mescola con quella che cade dalle sacche che abbiamo scaricato dalle moto. Anche lavarsi non è una cosa molto agevole: niente doccia ma solo un lavandino con una cannella da cui esce un filo di acqua fredda. Però, sentir scorrere l'acqua sulla faccia e sul corpo è comunque una bella sensazione.Ci sediamo quindi fuori del caffè in un traballante tavolino e attorniati da questi che sono diventati i nostri amici, consumiamo il pasto che ci è stato preparato.

CHE BELLA COSA L'OSPITALITÀ
Mentre siamo a mangiarci con voluttà gli ultimi datteri, che fanno insieme da dessert e da frutta vediamo avvicinarsi la macchina di Ahmed. Si ferma davanti al caffè e scende con in mano un fagotto di un bellissimo colore viola.
"Ciao Ahmed, che fai? Hai finito di mangiare presto?".
Lui non mi risponde ma apre il panno viola che rivela una tonda forma di pane appena sfornato, profumatissimo e ricoperto di semi di sesamo.
"Mi spiace di non avervi potuto ospitare, questo è quel poco che posso fare per voi".
Mi mette in mano il pane, ripiega quel meraviglioso panno viola, ci saluta e si allontana.
Una grande emozione mista a gratitudine mi paralizza, non riesco a proferire parola e ringraziarlo come meriterebbe. Rimango immobile con quel profumato pane in mano, non potendo far altro che guardarlo andar via.
Quel poco è veramente tanto Ahmed, sconosciuto marocchino tra i tanti.
Ti sono profondamente grato per questo tuo esserti preoccupato di onorare e riempire di significato quella parola che le tue genti non hanno mai dimenticato: ospitalità.

Tata Foum Zguid

N.b. Ora questa pista non esiste più, sostituita da una buona strada asfaltata che ne ricalca il percorso, comunque il fascino di Tata, dell'Oasi di Tissint e di Foum Zguid rimangono (quasi) immutati.

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